Questa mattina ho guardato fuori dalla finestra ed ho visto un leggero velo bianco che ricopriva i tetti. Felice come una pasqua ho sperato che potesse continuare così per almeno tutta la giornata e la notte seguente, per avere un giorno di pace, tra il bianco, soffice, confortante, candore della neve. Dopo una mattinata passata come un'essere inanimato davanti al computer, la neve già alta, ho deciso di uscire di casa. Dal salotto caldo, irreale, troppo familiare per svegliarti, sono uscita nel freddo del pomeriggio. Era come aprire finalmente gli occhi dopo mesi.
Il gelo pizzicava le guance, gli stivali scivolavano in continazione sulla strada, l'ombrello era pure rotto, cappello, giacca, sciarpa e guanti rendevano come impossibile muoversi. Ma ero viva. Faceva freddo. Era vero inverno.
La piazza era deserta, nel mezzo un tendone di una Pro-loco che preparava gnocco fritto al salame, i vapori e le urla dei cuochi rompevano la perfezione del paesaggio, ma era come normale. Qualcosa che fa sorridere, perchè tutta quella gente era allegra, e chiamava a gran voce i rarissimi passanti ad unirsi al pranzo a base di gnocco e salumi. La strada stava già diventando una pottiglia grigia e acquosa. I semafori erano punti di colore nel bianco assoluto, ma continuavano a funzionare anche se nessuno attraversava. Avrei voluto correre, saltare e tuffarmi nella neve, come chi non l'ha mai vista prima d'ora. Ma dopo aver saltellato qua e là in una zona priva di umani, mi sono limitata a camminare con occhi sognani. Com'era bello l'asciare un'impronta. Dire "questo è il mo passo". E' stupido, eppure mi rende felice.
Ora piove, la neve ormai se n'è andata. Domani gli autobus circoleranno come se nolla fosse accaduto e le scuole rimarranno aperte; le speranze a volte non bastano. Spero soltanto che la prossima volta la neve abbia più coraggio e cada più forte, alta, da coprire tutto il prato del parco senza lasciar vedere l'erba, senza che sui tetti si scorga ancore il rosso delle tegole. E che permetta di caderci dentro, di farci la guerra ed i pupazzi, come bambini.
Oh, sì. Sarebbe meraviglioso.
Il gelo pizzicava le guance, gli stivali scivolavano in continazione sulla strada, l'ombrello era pure rotto, cappello, giacca, sciarpa e guanti rendevano come impossibile muoversi. Ma ero viva. Faceva freddo. Era vero inverno.
La piazza era deserta, nel mezzo un tendone di una Pro-loco che preparava gnocco fritto al salame, i vapori e le urla dei cuochi rompevano la perfezione del paesaggio, ma era come normale. Qualcosa che fa sorridere, perchè tutta quella gente era allegra, e chiamava a gran voce i rarissimi passanti ad unirsi al pranzo a base di gnocco e salumi. La strada stava già diventando una pottiglia grigia e acquosa. I semafori erano punti di colore nel bianco assoluto, ma continuavano a funzionare anche se nessuno attraversava. Avrei voluto correre, saltare e tuffarmi nella neve, come chi non l'ha mai vista prima d'ora. Ma dopo aver saltellato qua e là in una zona priva di umani, mi sono limitata a camminare con occhi sognani. Com'era bello l'asciare un'impronta. Dire "questo è il mo passo". E' stupido, eppure mi rende felice.
Ora piove, la neve ormai se n'è andata. Domani gli autobus circoleranno come se nolla fosse accaduto e le scuole rimarranno aperte; le speranze a volte non bastano. Spero soltanto che la prossima volta la neve abbia più coraggio e cada più forte, alta, da coprire tutto il prato del parco senza lasciar vedere l'erba, senza che sui tetti si scorga ancore il rosso delle tegole. E che permetta di caderci dentro, di farci la guerra ed i pupazzi, come bambini.
Oh, sì. Sarebbe meraviglioso.




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